L'analisi dell'Esperto

Approfondimenti e Riflessioni dai Nostri Professionisti

Sergio Santini.
15 Aprile 2026

La paura e il panico, analisi di un episodio reale.

A Parma un uomo interviene per difendere una ragazza, ma quando le cose degenerano, lui fugge.

I FATTI.

Il 09 Aprile 2026, un giovane di 24 anni ha avvicinato una ragazza che stava portando a passeggio il cane, e ha iniziato ad importunarla. Un vicino di casa di lei, accortosi dell'accaduto, ha approcciato la scena per intervenire, ma davanti alla reazione violenta del giovane (che gli ha anche tirato una bottiglietta di plastica colpendolo) si è dato alla fuga abbandonando la ragazza.

Molto semplice sarebbe accusare il "soccorritore" di vigliaccheria, e di non aver avuto la forza di opporsi fisicamente all'aggressore, mentre la realtà delle cose è più complessa di così.

LA PSICOLGIA DELLA PAURA.

Il vero problema in queste situazioni, è la gestione emotiva di un fenomeno assolutamente naturale, ovvero la paura.

Partiamo da un assunto fondamentale: da chi scrive, fino al più addestrato degli operatori, passando per il comune cittadino o l'operatore di Polizia, TUTTI indistintamente provano paura. E' qualcosa di assolutamente indispensabile per la nostra stessa sopravvivenza: si tratta di un meccanismo che consente un'attivazione di quei sistemi di autoprotezione, che ci hanno tenuti in vita fin dalle più recondite ere passate.

La paura infatti, acuisce tutti i sensi (vista, udito e olfatto, soprattutto) e inibisce fortemente la razionalità, spesso "staccando la spina" del pensiero logico per attivare risposte istintive e primitive.

Addirittura, la paura innesca una risposta fisiologica che comporta una redistribuzione del sangue per proteggere l'organismo. Il sangue viene deviato verso i muscoli principali, verso il cuore e il cervello per prepararli a un'azione immediata, e viene deviato dalle zone periferiche, come braccia e gambe, al punto che spesso un taglio a una zona periferica inizia a sanguinare molto dopo che è stato effettivamente inflitto.

Tutto questo accade perché noi esseri umani siamo animali relativamente giovani, e siamo ancora inconsciamente legati ad un concetto di sopravvivenza connesso al principio "attacco/fuga".

IL CONTESTO SOCIALE.

Pur essendo vero quanto scritto fino ad ora, la vita moderna si scontra spesso con questo principio fondamentale: viviamo in una società che non solo ci ha disabituati alla violenza interpersonale, ma che addirittura ci ha insegnato che la reazione alla violenza subita è sbagliata.

La società in pratica, colpevolizza l'uso della violenza a prescindere da come e perché venga esercitata, e questo confligge con la nostra natura primordiale.

Non si tratta di una giustificazione della violenza a prescindere, ovviamente, ma è un fatto che la violenza sia uno strumento che l'essere umano usa da sempre per difendere se stesso e sopravvivere, ed è in quest'ottica che va inquadrato.

IL CORTOCIRCUITO.

Da questo conflitto nasce un problema fondamentale: non ci addestriamo più alla gestione dell'ostilità subita.

I conflitti fisici giovanili, sono sempre stati parte del normale percorso di integrazione nella vita civile, e servivano per superare quella paura del contatto fisico, oltre che per affermare con se stessi la capacità di superare un'avversità.

Dal punto di vista psicologico, servivano per costruire degli automatismi azione/reazione, per contrastare un'ingiustizia subita a tutti i livelli: continuare a parlare quando qualcun altro alzava la voce, non lasciarsi sopraffare anche da un soggetto fisicamente più strutturato, imparare a sfruttare quelle sensazioni "a pelle" che ci facevano diffidare istintivamente di una persona o di una situazione.

Questa "programmazione" continua ad esistere a un livello inconscio che non possiamo controllare razionalmente, e che si attiva quando siamo in pericolo; ma se questo istinto "tira" verso una direzione, il condizionamento sociale "tira" dalla parte opposta.

LA PAURA CHE DEGENERA. SCOPPIA IL PANICO.

Quando si attiva la parte istintiva, il cervello si affida a degli automatismi costruiti e consolidati con l'esperienza. Niente pensiero cosciente, niente dubbi, niente riflessioni ordinate. Puro istinto.

Il cervello rileva un grave pericolo, "spegne" la razionalità e agisce sulla base di quello che gli è già successo, elaborando in minime frazioni di secondo, una risposta basata su una situazione già affrontata, il più simile possibile a quella presente.

Il problema è che se il cervello non ha mai affrontato situazioni simili si blocca, cercando una risposta che non può trovare per mancanza di elementi.

Di conseguenza, si affida a un livello ancora più ancestrale, che contempla solo 3 possibili risposte: corsa, combattimento e congelamento.

LA SITUAZIONE IN ESAME.

Ecco, ora caliamo tutte queste riflessioni nel contesto di quanto è successo.

Il soggetto ostile comincia a molestare la ragazza con il cane; il vicino di casa si avvicina per cercare di dare supporto, ma il soggetto ostile fa qualcosa che per una persona civile è imprevedibile: invece di desistere da un'azione palesemente molesta, aumenta il livello di aggressività e lancia una bottiglia in faccia al "soccorritore".

E qui parte il "tilt" psicologico: il cervello non è preparato perché il rischio della violenza è stato sottovalutato, si affanna a cercare una strategia di risposta, ma non ci sono schemi di difesa consolidati a cui attingere perché non ha mai vissuto un'aggressione o un conflitto fisico.

La paura, che come abbiamo detto ha permesso al soccorritore di individuare la situazione pericolosa, parte come una valanga, ma gli elementi sconosciuti da elaborare si accavallano e continuano ad affollarsi, mentre il tempo si accorcia, lo shock irrompe e il dolore si affaccia.

Il tempo continua a scorrere inesorabile, il soggetto ostile non accenna a desistere, e la "valanga" diventa sempre più imponente e ingestibile.

La paura degenera in panico, e a questo punto, parte la roulette dello schema primordiale: il cervello "tira a sorte" tra le 3 reazioni possibili, e dal tiro esce "CORSA".

La parte razionale è inattiva, e il corpo mette il pilota automatico, le gambe si muovono e l'unico pensiero è allontanarsi il più possibile dal pericolo. Non è vigliaccheria, non è calcolo; è pura sopravvivenza.

LE CONCLUSIONI.

Quindi, il soccorritore è stato un codardo? Non è stato un "vero uomo"? Va biasimato per essere scappato?

La risposta, come sempre nelle situazioni complesse, è articolata e non può essere incasellata in un banale "sì o no". Quando si tratta di processi psicologici e di gestione della violenza, ognuno reagisce in modo diverso, quindi le "sentenze" lasciano il tempo che trovano.

Certo è che se un errore è stato fatto, è stato probabilmente di sottostimare il rischio e sopravvalutare la propria capacità di persuasione.

Per il resto, quando si interviene in una situazione conclamata, si può solo fare del proprio meglio e sperare nel meno peggio.

DI SEGUITO, IL LINK AL VIDEO DELL'EPISODIO:

https://www.parmatoday.it/cronaca/aggressione-a-borgo-trinita-donna-importunata-vicino-ferito-con-una-bottiglia.html

Michele Farinetti e Sergio Santini.
23 Dicembre 2025

Stress negli operatori di Polizia: il nemico invisibile.

Dietro ogni uniforme c’è una persona che affronta pressioni estreme. Lo stress acuto può alterare percezioni, memoria e abilità motorie.

Stress negli operatori di Polizia: il nemico invisibile.

Dietro ogni uniforme c’è una persona che vive quotidianamente pressioni che la maggior parte delle persone non sperimenta mai. Lo stress operativo è un fattore costante nel lavoro delle Forze dell’Ordine: può essere improvviso, intenso e imprevedibile, e in pochi secondi può alterare percezioni, memoria, capacità motorie e decisionali, influenzando non solo la sicurezza dell’operatore ma anche quella dei cittadini.

Comprenderlo, riconoscerlo e imparare a gestirlo non è un’opzione: è un elemento essenziale della professionalità operativa.

Le due modalità di pensiero non addestrato: dalla calma all’allarme totale.

Il cervello umano alterna due strategie cognitive principali:

1. Pensiero Razionale (Corteccia prefrontale)

Predominante in condizioni di calma.

• Consente analisi lucide.

• Favorisce decisioni ponderate.

• Mantiene controllo sulle reazioni fisiche.

È il tipo di pensiero che permette di applicare procedure, valutare rischi e scegliere l’intervento più appropriato.

2. Pensiero Emotivo (Sistema limbico)

Emerge in situazioni impreviste o minacciose.

• Attiva risposte rapide, istintive.

• Priorità alla sopravvivenza, non alla precisione.

• Riduce la capacità di ragionamento complesso.

È lo switch cognitivo che avviene quando una situazione “tranquilla” diventa improvvisamente pericolosa: un uomo armato che esce da dietro un’auto, un sospetto che reagisce, una folla che degenera.

Gli effetti dello stress acuto nelle operazioni di Polizia.

Durante un intervento, lo stress acuto può generare una serie di risposte fisiologiche e cognitive che hanno un impatto diretto sulla performance.

• Visione a tunnel: restringimento del campo visivo.

• Rallentamento o accelerazione della percezione del tempo.

• Udito ovattato o selettivo (“auditory exclusion”).

• Difficoltà a percepire movimenti laterali o di dettaglio.

Queste alterazioni possono impedire di identificare correttamente minacce secondarie o informazioni utili.

Compromissioni della memoria.

• Difficoltà a ricordare sequenze precise.

• Amnesie parziali dell’evento.

• Possibili ricostruzioni distorte sotto forte attivazione emotiva.

Questo impatta sia sull’operatività immediata che sulla fase successiva di redazione atti e testimonianze.

Reazioni automatiche.

Il paradigma delle “3F”: quando non viene gestita attraverso una consapevole lettura del preconflitto, una situazione critica degenera molto velocemente, trasformando la paura (che è di base un potente attivatore, che tiene l’operatore allerta e migliora la performance) in panico (che è quella sensazione di perdita controllo che porta il cervello a “spegnere” la sua parte razionale). Il panico ha solo 3 reazioni:

• Fight: reazione aggressiva e violenta, unicamente per sopravvivere a qualunque costo.

• Fly: fuga disordinata senza una direzione coerente.

• Freeze: immobilizzazione temporanea, completamente involontaria e incontrollata.

Il freeze è molto più comune di quanto si creda, e non è sinonimo di codardia: è un meccanismo di sopravvivenza programmato biologicamente.

Risposte neurofisiologiche.

• Picco di adrenalina e cortisolo.

• Tachicardia (anche oltre 180 bpm).

• Respirazione accelerata e superficiale.

• Vasocostrizione che riduce la sensibilità alle estremità del corpo.

• Perdita di fine motricità già oltre i 115–120 bpm.

Tutti questi fenomeni cambiano radicalmente il modo in cui un operatore maneggia un’arma, usa un bastone estensibile, chiude le manette o comunica via radio.

Implicazioni operative: ciò che accade quando il corpo decide per noi.

Quando lo stress supera una certa soglia, possono emergere:

• Contrazioni involontarie

• Tremori marcati

• Riduzione della sensibilità tattile

• Difficoltà nel compiere movimenti fini, come premere un pulsante o manipolare piccoli oggetti

• Tendenza a gesti impulsivi, non sempre in linea con la procedura

Tutto questo può avere impatti critici sulla gestione dell’arma, sulle distanze operative, sul controllo dell'individuo e sul lavoro in squadra.

Anche la comunicazione si altera: la voce può tremare, diventare eccessivamente alta, o al contrario “sparire”. La capacità di dare ordini chiari e comprensibili è una delle prime cose a risultare compromesse.

La formazione necessaria: dallo stress come nemico allo stress come competenza.

Gestire lo stress non significa eliminarlo, ma imparare a lavorarci dentro.

Un addestramento efficace dovrebbe includere:

1. Educazione alla consapevolezza dello stress

Capire cosa succede nel corpo e nella mente durante un evento critico permette di riconoscere i propri limiti e migliorare la propria risposta.

2. Scenari realistici con stress indotto

Allenare solo la tecnica non basta. È essenziale introdurre gradualmente:

• rumori forti

• luminosità variabile

• tempo limitato

• imprevisti

• pressione psicologica controllata

In questo modo l’operatore impara a mantenere lucidità anche in condizioni di attivazione elevata.

3. Allenamento mentale e respiratorio

Tecniche come:

• respirazione tattica (4–4–4–4)

• ricalibrazione cognitiva

• self talk operativo indotto

aiutano a riportare il battito entro la zona di prestazione ottimale.

Da fattore di rischio a risorsa tattica.

Lo stress non è solo una minaccia: può diventare un alleato.

Un operatore addestrato a riconoscerlo e gestirlo può controllarlo e mantenere il livello abbastanza alto da migliorare la sua performance, senza farlo scadere nel panico e venirne fagocitato. In particolare, uno stress controllato permette di:

• reagire più velocemente

• mantenere lucidità anche sotto pressione

• applicare procedure efficaci in tempi critici

• ridurre rischi per sé e per gli altri

• prendere decisioni più coerenti con la situazione

Solo un percorso professionale, strutturato e continuo trasforma lo stress operativo da nemico invisibile a risorsa tattica consapevole.

Sergio SANTINI, specialista in security awareness training.
10 Dicembre 2025

Addestramento di base: la chiave per le prestazioni sotto stress.

Una delle obiezioni più comuni nel mondo dell’addestramento operativo è: “Non è la realtà, quindi non dimostra nulla!” Ma è davvero così?

Introduzione.

Una delle obiezioni più comuni nel mondo dell’addestramento operativo è: “Non è la realtà, quindi non dimostra nulla!”

Questa critica nasce spesso quando si parla di esercitazioni controllate, come il tiro su bersagli statici o le simulazioni sotto stress limitato in ambienti sicuri. Ma questa visione ignora un principio fondamentale: la realtà non è il luogo dove si sviluppa la competenza, ma dove la si mette alla prova.

Il Ruolo dell’Addestramento Controllato.

La scienza delle prestazioni e le neuroscienze applicate ci insegnano che l’acquisizione delle abilità richiede una fase importante di isolamento contestuale.

In altre parole, per imparare movimenti complessi e reazioni corrette, serve un ambiente a stress crescente e alta ripetibilità, dove sia possibile consolidare schemi motori precisi e dove sia possibile commettere errori e scoprire le criticità del singolo operatore.

In fase iniziale, il cervello ha bisogno di:

-feedback chiaro e misurabile (es. punteggi, tempi, errori visibili),

-ripetizioni deliberate per automatizzare le competenze,

-condizioni controllate per ridurre il carico cognitivo.

Questo vale per il tiro operativo, ma anche per tecniche di arresto, uso di ausili difensivi, comunicazione, assetto mentale, tattica e gestione delle emergenze in generale.

Spesso infatti, tendiamo a pensare che la competenza nelle tecniche operative, abbia a che fare "semplicemente" con la fase del conflitto, mentre in effetti la gestione di una situazione critica richiede un approccio basato sui 4 pilastri fondamentali dell'intervento operativo: assetto, copertura, protezione e comunicazione (ai quali dedicheremo un articolo apposito).

Questo livello di complessità non può essere raggiunto se non con una meticolosa attenzione ad ogni dettaglio, che non può quindi prescindere da un lavoro tecnico di precisione in un ambiente controllato e statico, per crescere poi con il livello di realismo.

Lo stress non crea abilità, rivela il livello minimo.

Sotto pressione, il cervello non inventa nuove competenze: si affida a ciò che è stato automatizzato.

Per questo, se l’addestramento è stato superficiale, emergeranno errori come movimenti scoordinati, decisioni impulsive e perdita di precisione.

Se invece la base è solida, con procedure ripetute e validate, quelle competenze sopravvivranno anche in condizioni critiche.

Il Mito del “Realismo”.

Scenari ad alta intensità, come force-on-force o simulazioni di combattimento, non servono a costruire abilità tecniche, ma a testare:

-capacità decisionali,

-gestione dello stress,

-applicazione di competenze già acquisite.

Senza una base tecnica robusta, queste simulazioni insegnano solo a sbagliare più velocemente.

Lezioni dai Settori d’Eccellenza.

In ogni ambito ad alte prestazioni – forze armate, polizia, sport – i professionisti dedicano la maggior parte del tempo ad ambienti controllati e ricchi di feedback, prima di affrontare il test sotto stress.

Nessuno nasce esperto, e l’esperienza sul campo, da sola, non garantisce la padronanza tecnica: sopravvivere a una situazione critica non equivale a essere un maestro della disciplina, come ad esempio sopravvivere ad un incidente stradale non trasforma in ottimi guidatori.

Conclusione.

Allenarsi in modo strutturato, controllato e ripetibile non è “giocare": significa costruire un sistema affidabile che regga quando il controllo scompare.

Il vero professionista non si limita a sperare di reagire bene sotto pressione: si prepara scientificamente per farlo.

La parola a Michele FARINETTI, Senior Tactical Instructor.
01 Dicembre 2025

WEAPON RETENTION, un argomento sottovalutato.

L'arma in fondina è "al sicuro"? Oppure il rischio di sottrazione è davvero concreto?

Domanda: "La cronaca più e meno recente, ci riporta di casi di armi sottratte agli operatori; ma esistono tecniche infallibili per evitare la sottrazione dell’arma dalla fondina?"

Risposta: "La sicurezza nasce da te: arma protetta, fondina affidabile, attenzione costante. No, non esistono tecniche infallibili o complicate da insegnare, la vera difesa nasce dalla prevenzione, consapevolezza e gestione della bolla di sicurezza. Indossare una divisa e portare un’arma significa essere professionisti, occorre adottare buone pratiche di prevenzione e scegliere fondine sicure, perché l’arma in dotazione è una responsabilità personale e collettiva."

D: "Cosa si intende per “bolla di sicurezza”?"

R: "È l’insieme di elementi che garantiscono la nostra protezione personale, ad esempio preparazione e addestramento costante, scelta oggettiva delle attrezzature quali buffetterie e fondine affidabili."

D: "Quando entrano in gioco le tecniche anti sottrazione?"

R: "Già nella fase di pre-conflitto, attraverso il mantenimento della distanza di sicurezza, la corretta gestione del livello di allerta e l’addestramento alla reattività con manovre semplici e veloci sfruttando movimenti già acquisiti in altri addestramenti."

D: "Quali sono i parametri fondamentali da ricordare?"

R: "Tre elementi chiave:

• Presa: bloccare sul nascere il tentativo di sottrazione, con un movimento simile all’impugnatura per l’estrazione;

• Equilibrio: indispensabile per non cadere e avere il tempo di reagire;

• Reazione: in situazioni di stress si utilizzano le grandi masse muscolari; tronco e gambe devono restare mobili, avanzando o arretrando."

D: "Può fare qualche esempio operativo?"

R: "Certamente:

1. Se vengono mantenuti i parametri di giusta distanza e si interpretano i movimenti preparatori di un soggetto agitato, è possibile contrastare efficacemente il tentativo di aggressione, allontanarlo e passare successivamente a una fase di uso della forza;

2. Nel caso in cui la fondina non abbia livelli di ritenzione, oppure il soggetto sia particolarmente aggressivo e di massa superiore alla nostra, la prima opzione deve essere la protezione dell’arma: bloccare direttamente con avambraccio e mano a supporto la possibile fuoriuscita dell’arma dalla fondina.

Chiuderei il ragionamento dicendo che: “La sicurezza non è mai un automatismo, ma una responsabilità che si rinnova ogni giorno. Proteggere l’arma significa proteggere sé stessi e la comunità: un impegno che richiede consapevolezza, preparazione e attrezzature affidabili.

Per questo la formazione continua è fondamentale, solo attraverso corsi mirati, addestramenti pratici e aggiornamenti costanti possiamo trasformare la teoria in prassi operativa e garantire risposte efficaci anche nelle situazioni più critiche."

Grazie della chiacchierata a Michele FARINETTI, Senior Tactical Instructor & Security Consultant di Planet Consulting.

Risponde Sergio SANTINI, Security Specialist.
20 Ottobre 2025

SECURITY - Lo Spray al peperoncino. Cos'è e come funziona.

Lo Spray al peperoncino è un ausilio veramente efficace per la difesa personale? E in ambito professionale?

Quando si parla di Spray OC (Oleoresin Capsicum, comunemente detto al peperoncino) si parla di uno degli ausili difensivi più utilizzati e talvolta controversi del panorama della difesa personale: tra ingiusti falsi miti ("Funziona solo per condire l'insalata") e paradigmi assoluti ("Ferma anche un toro") c'è molta confusione su come funzioni e PERCHE' funzioni.

Cercheremo di fare un po' di chiarezza (seppure un singolo articolo non possa essere esaustivo) ma prima lasciatemi premettere 2 cose fondamentali:

-l'utilizzo dello Spray OC è ammissibile (come qualsiasi altro ausilio difensivo) solo in caso di assoluta necessità e unicamente per la difesa personale. Alcuni drammatici fatti di cronaca, ci mettono in guardia da un utilizzo improprio di questo come di qualsiasi altro strumento, che è ovviamente punibile a termini di Legge;

-lo Spray è un AUSILIO difensivo, quindi solamente un aiuto in situazione di necessità, e come tale richiede un addestramento all'uso.

Detto questo, partiamo intanto con il dire che se è vero che non esiste un ausilio difensivo con il 100% di risultato positivo, statisticamente la capsaicina (ovvero il principio attivo disciolto nella soluzione nebulizzata) è senza dubbio uno tra quelli più versatili ed efficaci, quindi sicuramente un'ottima prima scelta per gestire un soggetto ostile.

Oggi fortunatamente, la diffusione dei sistemi di videosorveglianza quanto degli smartphone, ci fornisce numerosissimi episodi che possiamo visionare ed analizzare e la cronaca continua a dare riscontri positivi di interventi risolti con un uso minimo della forza da appartenenti alle Forze dell'Ordine. E la peculiarità che emerge con maggiore evidenza da queste analisi, è che nella maggioranza dei casi, l'effetto dello Spray OC è assolutamente immediato: appena attinto, il soggetto ostile perde la volontà di combattere e concede alla vittima dell'aggressione un consistente margine di tempo per mettere in atto una fuga, o organizzare una risposta professionale.

Tuttavia, siccome lo Spray OC si basa sull'effetto chimico della capsaicina (che tra l'altro è geneticamente modificata per non creare shock anafilattico o reazioni allergiche di alcun tipo) ci sono alcuni distinguo da fare: infatti, l'assunzione di alcol e sostanze stupefacenti, può ritardare l'effetto della capsaicina stessa, concedendo al soggetto ostile ancora alcuni secondi di piena o parziale attività. Per questo è opportuno non basare mai la propria strategia difensiva solo sull'utilizzo dello Spray, ma su una combinazione di fattori che tenga in considerazione in modo oggettivo i limiti e le capacità specifiche di ognuno di noi, da integrare con un addestramento serio e la consulenza di un professionista preparato.

Ma parliamo un po' di questi famigerati effetti della capsaicina: in buona sostanza, provoca semplicemente una sensazione di intensissimo bruciore nelle mucose e al contatto con i recettori della pelle, e questa sensazione (del tutto virtuale, ovviamente) perdura per un tempo che varia dai 20 ai 40 minuti, per poi scemare gradualmente in un tempo che può superare anche le 2/3 ore. Chiaramente, questo intenso bruciore azzera la volontà di combattere del soggetto ostile, specialmente laddove questo sia colto di sorpresa; inoltre l'enorme vantaggio tattico dello Spray OC legale, è quello di non lasciare alcun effetto permanente: dopo le suddette 2/3 ore, il soggetto tornerà completamente attivo.

Vale la pena poi aggiungere alcune cose a beneficio degli operatori appartenenti ai vari corpi di Polizia: per quanto i più comuni dispositivi abbiano una "forma" diversa (GTM-3000, RSG-2, ASP Key defender, ecc...) il contenuto è assolutamente identico a quello delle versioni civili, quindi gli effetti saranno assolutamente identici. L'unica sostanziale differenza è proprio nella "forma" in quanto i dispositivi in uso alle FFO hanno bisogno di essere dispiegabili rapidamente, e il loro porto è concesso a vista proprio in virtù dello status di appartenenti a un Corpo/Arma.

Un'ulteriore considerazione riguarda quale Spray OC scegliere: in commercio ce ne sono diversi modelli, ognuno con le proprie peculiarità, ma vale la pena ricordare che tutti, da quelli per uso civile a quelli per l'uso di Polizia, per essere di libero porto e utilizzo (lo ripeto: utilizzo vincolato allo stato di necessità) devono rispondere a determinate caratteristiche tecniche dettate dal Decreto 12 maggio 2011, n. 103 e che di tutti gli strumenti che non rispettino queste caratteristiche, è ASSOLUTAMENTE VIETATO il porto.

Un'ultima considerazione la voglio fare in merito al porto del dispositivo, perché va da se che l'utilizzo dello Spray preveda che sia impugnato, tolta la "sicura" e attivato; questa procedura è una procedura complessa, e non può essere portata a termine sotto gli effetti dello stress da combattimento (a cui dedicheremo un futuro articolo specifico). Pertanto, è fondamentale avere un'ottima capacità di analisi e valutazione del preconflitto, ovvero quella fase che precede lo scontro, perché è in questa fase che avremo il tempo di preparare il dispositivo ad un eventuale dispiegamento. Inoltre, lo Spray va tenuto sempre con se, e non vincolato ad altro o utilizzato come un portachiavi, per essere sempre "pronto all'uso".

Spero di avervi aiutati a fare un po' di ordine per quanto riguarda questo strumento, e sia io che i miei colleghi siamo a disposizione per qualsiasi chiarimento in merito.

Emiliano MARTINO, CEO di Planet Consulting.
8 Ottobre 2025

Formazione Continua: L'Investimento Principale per la Sicurezza

Riflessioni sul ruolo cruciale della formazione continua nel settore della sicurezza e sulla necessità di aggiornamento professionale costante.

In qualità di amministratore di Planet Consulting, posso affermare con certezza che la formazione continua rappresenta l'elemento fondamentale nel settore della sicurezza. Non è possibile, infatti, acquisire una competenza statica e conservarla indefinitamente, perché il mondo cambia, i rischi evolvono, e le minacce assumono forme sempre nuove e più sofisticate.

Quando ho fondato Planet Consulting, partivo dalla convinzione che l'Italia necessitasse di un'eccellenza nel campo della sicurezza, non solo dal punto di vista tecnico, ma soprattutto da quello formativo. Ho osservato che molte organizzazioni si fermano una volta acquisite le competenze base, pensando che sia sufficiente. Questo è un errore grave che compromette la qualità e l'efficacia dei servizi di sicurezza offerti.

La formazione, per essere efficace, deve essere strutturata in modo strategico. Non si tratta di seminari sporadici o corsi generici, ma di un percorso personalizzato che tiene conto del contesto specifico dell'organizzazione, dei rischi reali a cui è esposta, e degli obiettivi che desidera raggiungere. In Planet Consulting abbiamo sviluppato metodologie proprietarie che permettono di personalizzare completamente l'offerta formativa.

Un aspetto che desidero sottolineare è l'importanza della formazione pratica rispetto a quella teorica. Sebbene la teoria sia fondamentale per comprendere i principi sottostanti, è la pratica che permette realmente di sviluppare le competenze necessarie. Per questo motivo, tutti i nostri corsi includono componenti hands-on dove i partecipanti possono sperimentare direttamente ciò che stanno imparando.

Infine, vorrei evidenziare che la formazione non deve essere vista come un costo, bensì come un investimento. Un'organizzazione che investe nella formazione dei propri dipendenti non solo migliora la sicurezza, ma aumenta anche la produttività, riduce i rischi, migliora il morale del team e, di conseguenza, aumenta la redditività complessiva. È un approccio win-win che troppo spesso viene sottovalutato nel nostro Paese.

La sicurezza non è uno stato permanente, bensì un processo continuo di miglioramento, apprendimento e adattamento alle nuove sfide che il mondo presenta quotidianamente.

Michele Farinetti
Esperto di Tecniche Operative - Planet Consulting