La paura e il panico, analisi di un episodio reale.
A Parma un uomo interviene per difendere una ragazza, ma quando le cose degenerano, lui fugge.
I FATTI.
Il 09 Aprile 2026, un giovane di 24 anni ha avvicinato una ragazza che stava portando a passeggio il cane, e ha iniziato ad importunarla. Un vicino di casa di lei, accortosi dell'accaduto, ha approcciato la scena per intervenire, ma davanti alla reazione violenta del giovane (che gli ha anche tirato una bottiglietta di plastica colpendolo) si è dato alla fuga abbandonando la ragazza.
Molto semplice sarebbe accusare il "soccorritore" di vigliaccheria, e di non aver avuto la forza di opporsi fisicamente all'aggressore, mentre la realtà delle cose è più complessa di così.
LA PSICOLGIA DELLA PAURA.
Il vero problema in queste situazioni, è la gestione emotiva di un fenomeno assolutamente naturale, ovvero la paura.
Partiamo da un assunto fondamentale: da chi scrive, fino al più addestrato degli operatori, passando per il comune cittadino o l'operatore di Polizia, TUTTI indistintamente provano paura. E' qualcosa di assolutamente indispensabile per la nostra stessa sopravvivenza: si tratta di un meccanismo che consente un'attivazione di quei sistemi di autoprotezione, che ci hanno tenuti in vita fin dalle più recondite ere passate.
La paura infatti, acuisce tutti i sensi (vista, udito e olfatto, soprattutto) e inibisce fortemente la razionalità, spesso "staccando la spina" del pensiero logico per attivare risposte istintive e primitive.
Addirittura, la paura innesca una risposta fisiologica che comporta una redistribuzione del sangue per proteggere l'organismo. Il sangue viene deviato verso i muscoli principali, verso il cuore e il cervello per prepararli a un'azione immediata, e viene deviato dalle zone periferiche, come braccia e gambe, al punto che spesso un taglio a una zona periferica inizia a sanguinare molto dopo che è stato effettivamente inflitto.
Tutto questo accade perché noi esseri umani siamo animali relativamente giovani, e siamo ancora inconsciamente legati ad un concetto di sopravvivenza connesso al principio "attacco/fuga".
IL CONTESTO SOCIALE.
Pur essendo vero quanto scritto fino ad ora, la vita moderna si scontra spesso con questo principio fondamentale: viviamo in una società che non solo ci ha disabituati alla violenza interpersonale, ma che addirittura ci ha insegnato che la reazione alla violenza subita è sbagliata.
La società in pratica, colpevolizza l'uso della violenza a prescindere da come e perché venga esercitata, e questo confligge con la nostra natura primordiale.
Non si tratta di una giustificazione della violenza a prescindere, ovviamente, ma è un fatto che la violenza sia uno strumento che l'essere umano usa da sempre per difendere se stesso e sopravvivere, ed è in quest'ottica che va inquadrato.
IL CORTOCIRCUITO.
Da questo conflitto nasce un problema fondamentale: non ci addestriamo più alla gestione dell'ostilità subita.
I conflitti fisici giovanili, sono sempre stati parte del normale percorso di integrazione nella vita civile, e servivano per superare quella paura del contatto fisico, oltre che per affermare con se stessi la capacità di superare un'avversità.
Dal punto di vista psicologico, servivano per costruire degli automatismi azione/reazione, per contrastare un'ingiustizia subita a tutti i livelli: continuare a parlare quando qualcun altro alzava la voce, non lasciarsi sopraffare anche da un soggetto fisicamente più strutturato, imparare a sfruttare quelle sensazioni "a pelle" che ci facevano diffidare istintivamente di una persona o di una situazione.
Questa "programmazione" continua ad esistere a un livello inconscio che non possiamo controllare razionalmente, e che si attiva quando siamo in pericolo; ma se questo istinto "tira" verso una direzione, il condizionamento sociale "tira" dalla parte opposta.
LA PAURA CHE DEGENERA. SCOPPIA IL PANICO.
Quando si attiva la parte istintiva, il cervello si affida a degli automatismi costruiti e consolidati con l'esperienza. Niente pensiero cosciente, niente dubbi, niente riflessioni ordinate. Puro istinto.
Il cervello rileva un grave pericolo, "spegne" la razionalità e agisce sulla base di quello che gli è già successo, elaborando in minime frazioni di secondo, una risposta basata su una situazione già affrontata, il più simile possibile a quella presente.
Il problema è che se il cervello non ha mai affrontato situazioni simili si blocca, cercando una risposta che non può trovare per mancanza di elementi.
Di conseguenza, si affida a un livello ancora più ancestrale, che contempla solo 3 possibili risposte: corsa, combattimento e congelamento.
LA SITUAZIONE IN ESAME.
Ecco, ora caliamo tutte queste riflessioni nel contesto di quanto è successo.
Il soggetto ostile comincia a molestare la ragazza con il cane; il vicino di casa si avvicina per cercare di dare supporto, ma il soggetto ostile fa qualcosa che per una persona civile è imprevedibile: invece di desistere da un'azione palesemente molesta, aumenta il livello di aggressività e lancia una bottiglia in faccia al "soccorritore".
E qui parte il "tilt" psicologico: il cervello non è preparato perché il rischio della violenza è stato sottovalutato, si affanna a cercare una strategia di risposta, ma non ci sono schemi di difesa consolidati a cui attingere perché non ha mai vissuto un'aggressione o un conflitto fisico.
La paura, che come abbiamo detto ha permesso al soccorritore di individuare la situazione pericolosa, parte come una valanga, ma gli elementi sconosciuti da elaborare si accavallano e continuano ad affollarsi, mentre il tempo si accorcia, lo shock irrompe e il dolore si affaccia.
Il tempo continua a scorrere inesorabile, il soggetto ostile non accenna a desistere, e la "valanga" diventa sempre più imponente e ingestibile.
La paura degenera in panico, e a questo punto, parte la roulette dello schema primordiale: il cervello "tira a sorte" tra le 3 reazioni possibili, e dal tiro esce "CORSA".
La parte razionale è inattiva, e il corpo mette il pilota automatico, le gambe si muovono e l'unico pensiero è allontanarsi il più possibile dal pericolo. Non è vigliaccheria, non è calcolo; è pura sopravvivenza.
LE CONCLUSIONI.
Quindi, il soccorritore è stato un codardo? Non è stato un "vero uomo"? Va biasimato per essere scappato?
La risposta, come sempre nelle situazioni complesse, è articolata e non può essere incasellata in un banale "sì o no". Quando si tratta di processi psicologici e di gestione della violenza, ognuno reagisce in modo diverso, quindi le "sentenze" lasciano il tempo che trovano.
Certo è che se un errore è stato fatto, è stato probabilmente di sottostimare il rischio e sopravvalutare la propria capacità di persuasione.
Per il resto, quando si interviene in una situazione conclamata, si può solo fare del proprio meglio e sperare nel meno peggio.
DI SEGUITO, IL LINK AL VIDEO DELL'EPISODIO:
https://www.parmatoday.it/cronaca/aggressione-a-borgo-trinita-donna-importunata-vicino-ferito-con-una-bottiglia.html